Cult Rugby – Libri – Quando il Che era soltanto Chanco
La figura di Ernesto “Che” Guevara in relazione alla sua esperienza di rugbista: questo il singolare tema di un nuovo libro in uscita presso la casa editrice milanese Sedizioni, nell’ambito della collana “Sport perlustrato”. Da un’idea di Sergio Giuntini, apprezzato storico dello sport, nasce “Che Guevara, il rugby ed altri scritti sulla palla ovale”, opera collettiva che raccoglie gli interventi di vari autori, fra i quali i collaboratori di Rugby Club Elvis Lucchese e Marco Pastonesi. Nell’introduzione Giuntini approfondisce il significato dello sport nella biografia di Guevara, mentre l’argentino Rubén Raul Ayala racconta in dettaglio le avventure del rivoluzionario sui campi di rugby di Cordoba e Buenos Aires e la sua esperienza di giornalista sportivo in “Tackle”, la rivista fondata assieme ad al fratello e ad alcuni amici. Altri contributi portano la firma di Matteo Lunardini (giornalista de Il manifesto), Paolo Maggioni (Radio Popolare) e Jacopo Dalla Palma (Amatori Milano). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore pubblichiamo un’anticipazione del testo di Elvis Lucchese.
Ernesto Guevara, dalle avventure sui campi di rugby alla rivoluzione
Ernesto è seduto alla scrivania, la testa piegata sugli appunti. Una mano chiusa a pugno poggiata sulla tempia, l’altra sul quaderno per sfogliare le pagine alla tenue luce di una lampada, mentre Fuori Buenos Aires è già avvolta dal silenzio della notte. “Eh, Chancho! Jugás mañana?” Ernesto scaccia via dai suoi pensieri la voce di Hugo. “Chancho, vieni a giocare domani? Abbiamo bisogno di te. Mediano di mischia. Vieni domani, Chancho?”, insiste quella voce dentro la testa. Ernesto succhia un po’ di mate dalla cannuccia argentata. Gli esami si avvicinano. Niente rugby domani. Troppo importante l’università, non c’è tempo da perdere. Combinare qualcosa di buono in questa sessione per far star calmo il vecchio, che quest’estate si parte. Via con Alberto per l’America, sulla “Poderosa”. “Chancho, eh Chancho! Jugás mañana?” Il rugby, però… Fa girare fra le dita la ‘bombilla’ del mate, ormai vuota. Ernesto ama il rugby più di ogni altro sport. Sì, gli piace il calcio, da giocare e da vedere, ed ha provato un po’ di tutto: il tennis, l’atletica, il ping pong, ha perfino tirato di boxe. Ma niente gli piace più del rugby. Il profumo dell’erba e della terra. L’avversario trascinato giù nel placcaggio riuscito come si deve: bloccato, respinto, sottomesso, un’intimidazione come a dire che di qui, dove difendo io, non si passa. L’idea della lotta, la squadra unita come un uomo solo. Il fango sulle gambe, la fatica nei muscoli, anche se a volte i polmoni sembrano scoppiare ed è un incubo. E sentire il dolore di quella botta, la notte dopo, è pure questo che in fondo gli piace. Poi a rugby si gioca in tanti. Che risate, tornando a casa dalla partita. Al rugby, fra il SIC, l’Atalaya, l’Yporà, quei matti del Mandarines e prima ancora nell’Estudiantes – pensa Ernesto – tengo tantos hermanos que no los puedo contar. Che poi uno è suo fratello per davvero, Roberto. “Y este flaco?”, chiese borioso Tomás il primo giorno che Ernesto si presentò al campo. Eppure quel magrolino placca duro e non tira mai il culo indietro, fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto. Per questo tutti lo vogliono alla partita, anche se non è che sia un campione. Mediano di mischia, per la sua reattività, ma più spesso primo centro, dove conta soprattutto essere uno spietato placcatore. All’Atalaya lo chiamano “Chancho” – “maialino” per l’aspetto trasandato. Non è che si preoccupi tanto della camicia inamidata o dei capelli pettinati, qualche volte puzza pure. Don Ernesto, quando è venuto a sapere del soprannome, non ha gradito. Ma si è fatto una risata quando gli hanno riferito che lui, i compagni del figlio all’Atalaya, lo chiamavano “El chancho padre”. “Eh, Chancho! Jugás mañana?” Ernesto torna a chinare la testa sugli appunti. Non giocherà domani, forse non giocherà mai più. Non c’è tempo per tutto. Altre passioni più forti del rugby, molte idee dentro la testa per non rassegnarsi ad un futuro da impiegato pubblico, e Chichina laggiù a Corboba. I libri, spesso fino a notte tardi: Neruda, García Lorca, Darío, Stefan Zweig, William Faulkner, ma anche filosofia, psicologia, storia, i classici del pensiero politico. L’avventura in moto con Mial, il momento si avvicina. ¡Vais a ganar, mis hermanos! E lunedì mi racconterete della partita. Il pallone ovale sbarca in Argentina da una nave inglese già negli anni Ottanta dell’Ottocento assieme al whisky e ad altri passatempi, più o meno raffinati, di marinai e commercianti anglosassoni. Non era trascorso molto tempo da quando a Londra, nel 1863, il football giocato alla maniera della Rugby School nel Warwickshire – cioè usando anche le mani – aveva ottenuto la prima codificazione delle sue regole. Oltre che nei convitti della Federación Católica, nel paese sudamericano la disciplina si sviluppa soprattutto in ambiente universitario, fedele all’originario modello aristocratico dei college britannici. “Facultad de Ingeniería” è la denominazione della prima squadra composta da soli giocatori argentini ad affiliarsi nel 1904 alla federazione voluta e gestita dagli inglesi, la River Plate Rugby Union nata nel 1899. Sono studenti della facoltà di medicina, la stessa che frequenterà Ernesto Guevara, a dare vita a due dei sodalizi più importanti della capitale, nel 1902 il Club Atlético San Isidro (CASI) e nel 1919, da una costola di questo, il Club Universitario Buenos Aires (CUBA). Ed appunto Estudiantes si chiama la squadra nella quale a Cordoba compie la sua iniziazione Ernesto, su impulso dei fratelli Granado. Nel 1945 la Unión de Rugby del Río de la Plata supera per la prima volta il numero di 100 squadre iscritte ai campionati; nell’area di Buenos Aires gli atleti sono quindi almeno 2200. Nella stessa stagione si vara il primo autentico Campeonato Argentino. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si avvia intanto la fine dell’isolamento della palla ovale argentina. Nel 1949 i biancocelesti impegnano duramente la Francia di Soro, Basquet e Prat nella prima storica visita di una nazionale straniera. 5-0 e 12-3 i risultati dei match del 28 agosto e del 4 settembre allo stadio Gymnasia y Esgrima; sugli spalti anche i tre Guevara, Ernesto padre e i due fratelli Ernesto e Roberto, assieme ad Alberto Granado. La nazionale argentina, definita allora “Los Yaguaretés” dal felino ricamato sulla maglia, cominciava a costruirsi una solida reputazione oltreoceano, consolidatasi nel 1952 con un pari ed una sconfitta di misura di fronte all’Irlanda (3-3 e 0-6).
Elvis Lucchese




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