La storia e le emozioni

DA ZIMERMAN A STRANSKY LA STELLA DI DAVID CORRE CON GLI SPRINGBOKS

Hanno sempre difeso strenuamente la loro razza. Hanno sempre combattuto per questo proprio come i pionieri del “trek” prima e dopo la guerra Anglo-Boera. Nel 1973 ci fu chi, come il compianto e mai dimenticato giornalista del Cape Times di Città del Capo, Fred Labuschagne, mise addirittura in notevole crisi l’allora Ministro dello Sport, Piet Koornhof chiedendo se mai si sarebbero fatte aperture ai Non-Whites per potere vestire la magica casacca verdeoro degli Springboks. Insomma, prima degli storici cambiamenti del governo di de Klerk ad inizio anni ’90, di tentativi per inserire atleti Blacks e Coloureds nel giro dei Boks se ne fecero parecchi. Ma tutti, ovviamente, invano. La nazionale di rugby sudafricana era il simbolo di una razza, quella bianca, piacesse o meno. E se di stampo afrikaner ancora meglio. E gli assi di madre lingua inglese? Anche se non c’erano, non era poi un grave problema, sebbene non sempre si riuscisse ad allineare un XV tutto afrikaner, frutto della desiderata superiorità agonistica di quella gente che nella finale della Currie Cup del 1973 tra Noord Transvaal e Vrystaat vide tutti e trenta i giocatori parlare solo afrikaans. Eppure pochi hanno analizzato a fondo che in realtà nelle fila degli Springboks non tutti bianchi, intesi come “Ariani” e seguaci della Chiesa Riformata d’Olanda o dell’Anglicanesimo, hanno difeso la leggendaria casacca verdeoro. Una piccola ma significativa legione di “altri bianchi” è riuscita ad avere un proprio spazio. Proprio così e certamente con la benedizione di Hendrik Verwoerd o con quella del suo successore, Johan Voerster. Questa legione di “altri bianchi” era composta da giocatori ebrei. Già, ebrei. Che gli sia stato permesso di giocare negli Springboks perché la comunità ebraica in Sud Africa aveva un notevole potere economico? Che sia stato perché la qualità di alcuni suoi giocatori era talmente immensa che non ci si poteva esimere dal convocarli in nazionale? Forse nemmeno l’indimenticato “Doc” Danie Craven avrebbe potuto fornirci risposte esaustive, sta di fatto che gioielli rugbystici inarrivabili made in Jewish hanno potuto deliziare le platee ovali di mezzo mondo.

Gli ebrei in Sud Africa sono arrivati nella notte dei tempi, così come le altre razze bianche europee, e ben presto hanno incominciato laboriosamente a farsi spazio in qualsiasi campo dell’allora neonata società sudafricana. Al momento atenei celebratissimi come la University of Cape Town o la Potchefstroom University sono largamente frequentati da studentesse e studenti di origine ebraica. E da diversi di questi atenei sono poi usciti alcuni grandi campioni ebrei che hanno vestito la maglia Bok. Recita un datato ma pur sempre attuale adagio sudafricano che “le grandi squadre degli Springboks hanno sempre avuto almeno un ebreo tra le loro fila”.

Sebbene per sessant’anni, dal 1896 al 1956, gli Springboks non abbiano mai perso una serie di test-match scavandosi un leggendario quanto unico spazio nella storia del rugby mondiale, solamente ad inizio anni ’30 il mondo ovale si accorse completamente dell’enorme forza e qualità del rugby sudafricano. I neozelandesi che avevano tramortito l’Europa ovale con i New Zealand Maoris nel 1889, con gli Originals nel 1905 e con gli Invincibles nel 1924 incominciarono a trovare veramente troppo ostico e mal rosicchiabile l’osso sudafricano. Nel 1921 la prima grande serie tra All Blacks e Springboks terminò pari in Nuova Zelanda e lo stesso accadde sette anni dopo in Sud Africa. In entrambe le occasioni i debordanti kiwi si salvarono con abilità davanti alla netta superiorità degli avanti sudafricani. Ma già con il tour in Europa del 1931/32 i Boks fecero chiaramente capire che l’ufficioso titolo di “Campioni del Mondo” avrebbe presto potuto prendere la direzione del Capo di Buona Speranza. In quest’ultima trasferta giocò un’ala velocissima e di grande acume tattico: Morris Zimerman da Western Province. Zimerman era ebreo e rappresentò per gli avversari locali una continua spina nel fianco sia nei test che nelle amichevoli infrasettimanali. Un’anno dopo, con l’arrivo dei Wallabies in terra sudafricana, tocco al flanker di Transvaal, Fred Smollan, esordire contro i pericolosi australiani. Smollan era anch’esso ebreo e sebbene avesse giocato solo tre test lasciò una profonda traccia nelle menti dei tecnici e degli addetti ai lavori. Appese le scarpe al chiodo, continuò per decenni a prestare la sua opera qualitativa al servizio del rugby della zona di Johannesburg. La crescita infermabile degli Springboks era quindi davanti agli occhi di tutti. E cinque anni dopo arrivò l’occasione propizia quando la nazionale verdeoro tornò in Nuova Zelanda. In quella squadra di campionissimi capitanata da Phil Nel, sublime flanker della provincia di Natal, c’era un suo compagno di squadra ebreo: Louis Babrow. Chi ha una cinquantina d’anni e vive nel rugby del Triveneto ricorderà sicuramente a metà anni ’70 Nelson Babrow centro del Petrarca Padova che all’Appiani giocò anche in una rappresentativa italiana contro gli All Blacks. Nelson è il figlio di Louis Babrow purtroppo scomparso tre anni fa a Rondebosch, cittadina sede della University of Cape Town dove è stato venerato fino alla morte per quel che ha fatto nel tour del 1937. Louis Babrow diventò lo spauracchio di tutto un paese mettendo in mostra una classe, una visione di gioco ed un tempismo nei placcaggi rimasti ancor oggi leggendarii tanto che il New Zealand Rugby Almanack del 1938 lo inserì (assieme allo stesso Phil Nel e allo stellare estremo Gerry Brand) nell’elenco dei cinque migliori giocatori dell’anno precedente. Qualcosa di inaudito visto che in quell’annuario i giornalisti neozelandesi non hanno mai avuto poi tanto piacere nel gratificare gli avversari degli All Blacks. Nel e Babrow guidarono gli Springboks ad un’entusiasmante rimonta. Dopo avere malamente perso il primo test e dopo essersi trovati sotto 6-0 alla fine del primo tempo nel secondo test, gli Springboks trovarono quell’ispirazione e quella forza che permise loro di ribaltare le sorti di quella partita (13-6 il finale per i Boks) per poi trionfare a mani basse nel terzo decisivo test in cui la leadership di Nel e la genialità di Babrow si scatenarono senza alcun freno. Babrow assieme al giornalista di Città del Capo, Richard Stent, negli anni ’50 scrisse uno stupendo libro dal titolo “The Varsity Spirit” celebrativo della gloria rugbystica della University of Cape Town, i famosissimi “Ikeys”, che tanto hanno fatto per costruire la secolare rivalità contro i “Maties” della Stellenbosch University. Babrow nella seconda parte della sua esistenza ha incessantemente lavorato alla scoperta di nuovi talenti rugbystici alla suddetta Università dimostrando un attaccamento ed una conoscenza delle dinamiche del gioco davvero stupefacenti.

Il tour del 1937 fu uno degli ultimi episodi rugbysticamente rilevanti prima della seconda Guerra Mondiale; poi si tornò a parlare di Springboks solo nel 1949. Mentre i New Zealand Kiwis di Bob Scott nel 1945/46 avevano nuovamente tramortito l’Europa ovale giocando in seguito con la casacca ufficiale degli All Blacks anche diverse sfide di Bledisloe Cup contro i Wallabies, gli Springboks non avevano più frequentato il panorama internazionale. E quando gli All Blacks sbarcarono a Hermanus, nella Provincia del Capo, in casa sudafricana fu il panico. Chi selezionare? I Big Five costituenti il Selection Panel sudafricano ebbero alcune riunioni roventi per venire a capo delle dispute per inserire ora quello ora quell’altro giocatore. Alla fine il XV fu deciso e nell’inesperta squadra sudafricana selezionata per il primo test furono inseriti due grandi rugbisti ebrei: l’ala Cecil Moss ed il pilone Aaron “Okey” Geffin il cui cognome spesso veniva distorto dai media locali in “Geffen”. Il giovanotto baffuto aveva trascorso alcuni anni a dir poco drammatici in un campo di concentramento in Europa orientale durante la seconda guerra mondiale dove però aveva incominciato a conoscere da vicino la tecnica del calciare l’ovale grazie agli insegnamenti di un ex-Bok prigioniero con lui. Finita la guerra, Geffin era tornato in patria ristabilendosi a Johannesburg, dove si era nuovamente segnalato ai selezionatori della provincia del Transvaal come un validissimo scrummager, dotato per giunta di una sopraffina arte nel calciare l’ovale tra i pali. Mentre Cecil Moss all’ala teneva costantemente in apprensione la spaesata difesa All Black assieme ai compagni di reparto Buks Marais e Floors Duvenage, ben supportati da due centri stellari come il rhodesiano Ryk van Schoor e Tjol Lategan, Aaron Geffin non solo emerse come uno dei protagonisti dell’asfissiante pressione Bok in mischia, ma assurse agli onori eterni di quella serie di test come il “boia” degli All Blacks. In tutti e quattro i test Geffin risultò decisivo per la vittoria verdeoro che culminò in un incredibile quanto insperato 4-0, evento mai più ripetutosi nella storia delle sfide Nuova Zelanda-Sud Africa. I verdeoro seppero sfruttare e punire al meglio la tracotanza kiwi. Il gioco al piede di Hannes Brewis, l’onnipresenza fisica di Hennie Muller e la letale precisione nei piazzati di Geffin rispedirono a casa a bocca asciutta i grandi All Blacks. Nessuno l’avrebbe potuto prevedere. Il Dottor Cecil Moss era meglio conosciuto come centro piuttosto che come ala, ma in quella serie del 1949 venne selezionato in quest’ultima posizione. Era un atleta avanti alcune generazioni rispetto a molti suoi compagni. Una volta ritiratosi dal gioco attivo non si staccò mai dall’ambiente della sua Univesity of Cape Town, così come fece Louis Babrow. La competenza di Moss non passò senza essere notata nemmeno dalla dirigenza della Sarb dove il suo amico-nemico di tanti Intervarsity, nientemeno che Danie Craven, lo chiamò a metà degli anni ’80 quale selezionatore capo dei Boks che attendevano i New Zealand Cavaliers. Diverse immagini dell’epoca ritraggono Cecil Moss mentre confabula in allenamento con Naas Botha dando istruzioni e suggerimenti a destra e a manca.

Nel 1955 in Sud Africa arrivarono i British Lions di Cliff Morgan e Tony O’Reilly che disputarono un tour glorioso terminato con un pareggio per 2-2 nella serie. Gli europei furono per la verità graziati nel primo test all’Ellis Park di Johannesburg quando a tempo scaduto l’estremo dei Boks, Jack van der Schyff, sbagliò un non impossibile piazzato che lasciò definitivamente avanti gli ospiti per 23-22. Un giovane moro e riccioluto giocò quella serie come centro, Wilf Rosenberg, un ebreo. Da Johannesburg dove si era segnalato alla Witwatersrand University (abbreviata in “Wits” per tutti), Rosenberg aveva velocemente scalato le posizioni del rugby sudafricano passando naturalmente prima per il XV provinciale del Transvaal. Assieme all’altro centro Des Sinclair, Rosenberg risultò un’implacabile spina nel fianco per la difesa delle British Isles in una serie dove i Boks incominciarono a mostrare quelle crepe che un anno dopo diventarono voragini nella peraltro controversa escursione in Nuova Zelanda.

Nel 1956, infatti, su di un terreno neozelandese sistematicamente pesante causa pioggia e fango, gli Springboks nulla poterono questa volta contro l’armata All Black che spesso oltrepassò i limiti della sportività menando senza ritegno i malcapitati sudafricani. A parte i libri scritti su questo tour, la conferma dei pestaggi mi fu data, sia dallo stesso Rosenberg al telefono quando riuscii a parlargli alcuni anni fa, sia dall’amico James Starke, seconda linea e storico capitano della Stellenbosch University che in quella tournée intervenne solo in parte sostituendo un compagno infortunato a metà del tour. Starke mi disse anche che uno dei pochi a salvarsi nel grigiore di quel tour fu proprio Rosenberg

che aveva comunque mostrato una genialità a tratti sorprendente persino per i suoi stessi compagni di squadra ben abituati a vederlo sugli asciutti manti del veld sudafricano. Di lui si erano anche accorti i soliti dirigenti del Rugby League inglese che di lì a poco riuscirono ad assoldarlo. Nel nord dell’Inghilterra Rosenberg riuscì talmente bene ad inserirsi nel nuovo sport che nel breve volgere di alcuni anni stabilì tutta una serie di strabilianti record lasciando un’indelebile traccia nel Northern Code.

Si dovette attendere la fine degli anni ’60 prima che un nuovo grande squadrone Bok salisse agli onori della cronaca e che, dentro di esso, un ebreo svolgesse un ruolo fondamentale. Dopo il bruttissimo tour del 1965 in Nuova Zelanda dove i Boks persero nuovamente la serie 3-1 come nel 1956, i nuovi selectors decisero di ringiovanire la squadra. Il panel dei Big Five si pose un traguardo quinquennale per riportare i Boks sul gradino più alto al mondo: Flappie Lochner, Ian Kirkpatrick e il professor Johan Claassen studiarono nel dettaglio centinaia di giocatori con profonda lungimiranza. Nei “nuovi” Springboks arrivò un ala del Transvaal inizialmente poco considerata: Syd Nomis. Ebreo, di un’intelligenza agonistica sopraffina, Nomis riuscì a scavarsi un proprio spazio in casa Bok dove disputò venticinque test consecutivi. Quando nel 1970 arrivò il momento della Grootste Reeks (“La Serie più Grande”), Nomis era molto bene inserito nell’ingranaggio di quella che rimane, a mio parere, la più grande squadra mai allineata dagli Springboks in tutta la sua secolare e leggendaria storia. Nello spogliatoio era tale la familiarità con  i vari giocatori che questi ultimi si permettevano perfino di chiamarlo “Joodjies” ovvero “Ebreuccio” senza che Syd si arrabbiasse o se ne avesse a male. Quell’ Ebreuccio infatti era tenuto in grandissima considerazione da tutti. Nel secondo test a Cape Town (vinto molto fortunosamente 9-8 dagli All Blacks) con Nomis lanciato all’inseguimento dell’ovale in campo aperto e, presumibilmente verso la meta neozelandese, l’estremo ospite Ferie McCormick intervenne stendendo un braccio contro il quale andò a sbattere malamente il volto di Nomis, che cadde a terra semi-incosciente perdendo anche due denti, tale fu la portata dell’impatto. L’arbitro incredibilmente considerò l’incidente involontario. Nomis comunque potè nuovamente essere in campo per i rimanenti due test in cui assieme all’altra ala, Gert Muller, si rivelò una delle armi decisive per il successo finale per 3-1 dei Boks. Ancora una volta un giocatore ebreo era stato fondamentale per il trionfo sudafricano.

In maglia Springboks per un ventennio non arrivarono più giocatori di razza ebraica. Gli anni ’70 e i pochi test giocati nel decennio seguente videro una crescente presenza di afrikaners quasi a volere esalare le ultima grida di sopravvivenza per un sistema socio-razziale in grave crisi e nemmeno più supportato dalle grandi multinazionali americane ed europee che fino a poco tempo prima avevano sempre fatto spallucce alle pressioni internazionali contro il grave problema dell’apartheid. Il nuovo corso del rugby Springbok, tornato sulla scena internazionale nel 1992 dopo tre anni di assoluto e dolorosissimo isolamento, a parte rimettersi al passo con un panorama ovale che aveva già disputato due coppe del mondo senza il Sud Africa, dovette incominciare ad adottare quegli aggiustamenti necessari per dare il giusto spazio a tutte le etnie presenti nel paese. E con in vista l’organizzazione della Coppa del Mondo 1995 la neonata Sarfu non poteva permettersi un flop con la propria amatissima nazionale. Naas Botha alla fine del 1992 si ritirò definitivamente dal rugby giocato lasciando una voragine nel ruolo di mediano d’apertura. Ian McIntosh inizialmente puntò sia su Henry Honiball (Natal) che su Hennie le Roux (Transvaal), ma entrambi finirono per non fornire le garanzie attese, tanto che nel giugno del 1993 fu convocato il cecchino Cameron Oliver, che aveva appena trascorso l’inverno europeo deliziando le platee del nostro paese con la maglia del Petrarca Padova. Ma il fato ci mise una dolorosa zampa quando ai primi di luglio di quell’anno a Pretoria Oliver venne investito dall’automobile di un folle morendo tragicamente. Sembrava che il sostituto di Botha non dovesse proprio trovarsi, ma per il tour in Australia i selezionatori chiamarono Joel Stransky da San Donà di Piave. Joel, che era ebreo, giocò piuttosto bene nei test contro i Wallabies, ma non riscosse la piena fiducia di McIntosh, sebbene a fine novembre ritornasse titolare contro i Pumas. Solamente un anno dopo per l’arrivo in Sud Africa degli stessi Pumas Stransky diventò il titolare dei Boks. Su di lui scommisero sia il tecnico Kitch Christie che il manager Morné du Plessis. E così con solo sette caps sulle spalle a Stransky venne chiesto di gestire la macchina offensiva Bok per l’imminente mondiale sudafricano. Joel con una freddezza encomiabile acquisì un affiatamento ed un timing di esecuzione delle chiamate incredibile assieme al compagno di reparto Joost van der Westhuizen risultando praticamente decisivo in ogni partita del Mondiale. La ciliegina sulla torta arrivò nella finalissima dell’Ellis Park dove nel secondo tempo supplementare centrò i pali con il drop del definitivo vantaggio Bok sulla Nuova Zelanda. Ed arrivò il titolo di Campione del Mondo a cui proprio Stransky aveva contribuito in maniera fondamentale. In nazionale Stransky rimase ancora per un anno finchè le polemiche per lo storico ko interno con gli All Blacks disgustarono parecchi giocatori. Ma oramai quelli erano i tempi delle “quotas” (il minimo di giocatori non-bianchi da schierare titolari nelle selezioni provinciali, ndr) e del caos dirigenziale del rugby sudafricano che perdurò per diversi anni rovinando anche il lavoro di Nick Mallett, che vide rompersi clamorosamente il bel giocattolo al Mondiale del 1999. Stransky si accasò al prestigioso club del Leicester dove continuò indisturbato il suo grande lavoro di mediano d’apertura tanto che il selezionatore inglese Clive Woodward tentò addirittura di tutto per naturalizzarlo inglese così da schierarlo nel XV della Rosa.

Alcune altre figure di razza ebrea di minore importanza hanno vestito la casacca Bok come E.H. Shum ad inizio del secolo scorso o Joe Kaminer ottimo centro di Transvaal a fine anni ’50, senza lasciare però una traccia duratura in nazionale. L’organizzazione sportiva israeliana del Maccabi ha insignito a fine carriera sia Wilf Rosenberg che Syd Nomis di alcuni riconoscimenti per i servizi prestati allo sport ebreo anche se sotto le vesti di una rappresentativa non israeliana. Infine una particolare menzione per l’arbitro internazionale Jonathan Kaplan, ebreo di Johannesburg, da anni ai primi posti di rendimento nel Panel “A” dei referee dell’International Board.

 Giampaolo Tassinari

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