LA STORIA E LE EMOZIONI – L’epopea del ’77
 

Guy Pardies si impossessa dell'ovale in Petrarca - Sanson Rovigo. Sullo sfondo la folla dello stadio Appiani di Padova.

L’EPOPEA DEL 77

di Antonio Liviero

Che anno il ’77.  L’Italia era scossa da fermenti nelle università e nelle piazze.  Una stagione di utopie amare, contestazioni e violenze. Il compromesso storico tra comunisti e cattolici sfociava nel governo di solidarietà nazionale.  Nascevano il nuovo movimento studentesco  e i centri sociali. Autonomia operaia consumò lo strappo con il sindacato cacciando dall’Università di Roma il leader della Cgil Luciano Lama.  Erano gli anni di piombo. Del terrorismo e della sua icona: la P38.

Ma non furono solo giorni di lotta e  di paura. Padova non si esauriva con Toni Negri, la facoltà di Scienze politiche e gli opposti estremismi.

In Veneto, in particolare tra la Città del Santo e Rovigo,  era sorto un movimento parallelo  a quello  delle piazze e delle università. Che nelle storie personali  a volte lo intersecava. Ma col quale non aveva nulla da spartire. Anzi, pur essendo a sua volta portatore di accese passioni e di aspre rivalità, proponeva un modello di convivenza civile diametralmente opposto. Coltivava anch’esso il sogno di una rivoluzione. Ma dolce. Quella del rugby. Dell’affermazione su scala nazionale dell’unicità di uno sport  e dei suoi valori.  Un universo in cui l’etica, il rispetto dell’avversario, la lealtà,  la tolleranza, la solidarietà, avevano un ruolo centrale e catalizzatore, in alternativa a un calcio intossicato dalle violenze, dagli ultras e dalle esaperazioni.

 

CITTA’ E MISCHIE

La formula di quella mobilitazione di popolo era Petrarca contro Rovigo. Anzi, contro Sanson. Perchè  mentre i padovani rifiutavano orgogliosamente lo sponsor, e del resto il censo glielo permetteva,  i rodigini avevano trovato nell’abbinamento con l’industriale veronese dei gelati, Teofilo Sanson, le energie finanziarie per risvegliare gli entusiasmi sopiti e riportare lo scudetto in città dopo 12 anni.

Padova e Rovigo. Fazioni socialmente e culturalmente contrapposte. Una all’ombra dell’Antonianum e dell’università pataviana, radicata in un cattolicesimo allo stesso tempo elitario e sociale, che considerava il rugby come modello educativo; l’altra al di là dell’Adige,  in quella linea di confine in cui il Veneto bianco si congiunge con l’Emilia rossa, di estrazione più popolare, che viveva la pallaovale come identità e simbolo di riscatto dalla povertà atavica. La terra dei primi scioperi bracciantili e dei primi grandi cicli di scudetti del dopoguerra.

Crebbero in quel mitico ‘77 le tribù di provincia. Con i loro riti legati al liston delle piazze, alle osterie, alle bandiere di stoffa grezza cucite artigianalmente nelle case, alle maglie vere, trofei regalati dagli amici giocatori quando, ormai sdrucite, non erano più buone per le partite della domenica.

Un mondo di “buoni maestri”. Come il francese Julien Saby,  “el vecio”, il tecnico che più aveva dato allo sviluppo del rugby italiano. E che Rovigo aveva scelto per un progetto triennale che aveva portato allo scudetto nel ’76, con un anno di anticipo sui programmi. Un titolo conquistato con un gioco moderno che passava sistematicamente per le seconde e terze fasi ed esaltava due ali  di classe come Elio De Anna e Nino Rossi. Il pacchetto era mobile, organizzato e nei raggruppamenti primeggiava esaltando il temperamento aggressivo. Saby, scuola Grenoble, non era certo tipo da trascurare la conquista. In touche puntava su Naudè, torre del campionato con i suoi 204 centimetri. In chiusa aveva nel sudafricano “Os” Wiese, a destra, la pietra angolare della mischia. Ma nel ’77 ci fu qualche problema  di organico per gli avanti rossoblù. Wiese aveva lasciato Rovigo a causa della riduzione da tre a due del numero degli stranieri, Quaglio era andato a fare il vice del ct Roy Bish, per prenderne in seguito il  posto. Passarotto e Roversi furono bloccati da gravi infortuni alle ginocchia e saltarono l’intera stagione. Saby si trovava così una terza linea composta  di  ottimi flanker (Zanella, Degan, Zamana) ma senza un numero 8 di ruolo, e perdeva, con Willy Roversi uno dei giocatori in cui credeva di più sia per qualità tecniche che per fosforo. Inoltre in prima linea si ruppe il pilone Ballani.

I primi cinque del pacchetto comunque non accusarono  troppe difficoltà nella conquista diretta.  E del resto  la Sanson era abile ad alimentare il gioco con i palloni di recupero: Angelo Visentin e il gallese Thomas in mediana,  la coppia di centri Toffoli e Salvan, con gli inserimenti puntuali di Alessandro Zanella, garantivano  nella gestione il giusto equilibrio tra rigore tattico e istinto creativo.

Ma contro il Petrarca in mischia chiusa  fu una sofferenza. I bianconeri avevano infatti nel pack e nelle  penetrazioni delle terze i punti di forza. La prima linea era una leggenda, con Presutti e Busnardo di scuola Fiamme Oro e Piovan di leva petrarchina. In seconda Simone Brevigliero accanto ad Andrea Rinaldo. Dietro, con Baraldi, c’erano Arturo Bergamasco e Boccaletto. A governare  gli avanti Pardiès, a cui era affidata la responsabilità tecnica della squadra  con l’ausilio, in panchina, di Marcello Fronda.  Il numero 9  aveva a disposizione una piattaforma ideale per il suo gioco effervescente e le   velenose serpentine dentro la difesa. Molti palloni venivano conquistati in spinta su introduzione avversaria. E sui palloni degli avversari la pressione era enorme. Anche perchè non è che i trequarti fossero da meno: alla verve di Lazzarini e Babrow (che si divise i compiti in regia con Bazzan) si era aggiunta la voglia di Dino De Anna che in estate aveva lasciato Rovigo alla ricerca di maggior spazio e desideroso di dimostrare tutto il suo valore. L’altra ala era Rocca (11 mete, come Bergamasco), Scalzotto il riferimento ai centri.

… continua …

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