Nessuno escluso

Cresce il numero di bambini che si avvicinano alla palla ovale, ma aumenta anche il rischio di perderli. Eccesso di selezione e ricerca del risultato le cause. Ma una sperimentazione dell’Asr Milano va in direzione opposta: è il progetto “soft-rugby”.

In Italia il rugby attrae sempre più bambini. Il sogno di generazioni di appassionati, quello di vedere, finalmente, le mamme mandare i propri figli al campo, senza pregiudizi verso uno sport considerato spesso “violento”, si sta pian piano realizzando. Non siamo e non saremo mai il Galles, o la Nuova Zelanda, dove il rugby è una parte fondamentale nel percorso evolutivo dei più piccoli, ma la visibilità che la Nazionale si è guadagnata negli ultimi anni grazie al Sei Nazioni, e il contemporaneo sfacelo del modello-calcio, hanno senz’altro aumentato l’interesse e moltiplicato il numero di bambini che si avvicinano – o vorrebbero avvicinarsi – alla palla ovale.

Il rugby italiano sa come sfruttare questa opportunità storica? Al di là delle difficoltà logistiche – come quelle dei club più piccoli costretti a imporre il numero chiuso al minirugby per mancanza di spazi e risorse – siamo in grado di accogliere al meglio questi nuovi arrivati, di farli appassionare davvero e di radicarli alla disciplina, di tradurre in prosa la poesia del rugby come sport educativo, dove c’è posto per tutti e si cresce in un ambiente sano? A parlare con chi lavora nel minirugby, la risposta non è affatto scontata. Troppi club tralasciano la formazione e puntano sui risultati nei concentramenti; troppe volte nei tornei la palla viene data al più dotato fisicamente, mandato a sfondare la difesa come un ariete, mentre attorno i più piccoli stanno a guardare. Il risultato è inevitabile: i mingherlini si stancano presto e mollano il rugby, i grandi e grossi si sentono dei campioni, ma nel giro di pochi anni perderanno il vantaggio competitivo della stazza.

Nel 2007, l’Asr Milano ha sperimentato nel proprio settore giovanile il progetto “rugby soft”. Niente a che vedere con il rugby al tocco o altre forme di gioco senza contatto. Al contrario, il contatto fisico tra i bambini è incentivato. Quello che cambia è l’approccio. Si parte dal presupposto – per certi aspetti ispirato a Don Milani e alla sua denuncia in “Lettera a una professoressa” – che non tutti i bambini sono nati per giocare a rugby, ma partono da condizioni fisiche e psicologiche diverse. C’è chi è più piccolino, chi ha paura del contatto, chi non sa cadere a terra, chi non sa passare la palla, chi è così timido da schierarsi sempre come ala. Si parte dall’individuo, non dal gioco. “Il bambino è protagonista dell’apprendimento, non un oggetto al quale insegnare un gesto con meccanismi ripetitivi – spiega Marina Massenz, psicomotricista della Rete di Sport Educativo, una delle professioniste coinvolte nel progetto -.
Se sbaglia un passaggio, non bisogna farglielo rifare dieci volte, ma fare in modo che capisca autonomamente perché era errato. Ha lanciato la palla troppo forte? Troppo in avanti? Troppo in ritardo? Il lavoro di apprendimento deve passare da questa consapevolezza. Se un bambino ha problemi con una palla da rugby, probabilmente avrà difficoltà anche con quelle normali. Allora si prenderanno altri tipi di palla e si faranno dei passaggi diversi rispetto a quelli del rugby, ma che trasferiranno la loro influenza nel contesto che interessa”. Un ragionamento simile vale per la paura di cadere a terra. “Il bambino che teme di cadere deve essere fatto cadere il più possibile, con le capriole o con i tappetoni, in modo da risvegliare i suoi meccanismi naturali di equilibrio”.

L’altro fronte su cui si lavora è quello delle dinamiche di gruppo, a partire proprio dal problema del grande e grosso dominante opposto al mingherlino che se ne resta in disparte. “Il rischio esiste – continua Marina Massenz -, ma è gestibile da un istruttore che sia pedagogicamente preparato. Chi vede un bambino più abile di un altro, deve portare dei correttivi perché la situazione non si stabilizzi, perché questi non diventino dei ruoli fissi, ma ci sia uno scambio delle parti. La stessa cosa succede con i bambini più timidi. Con i tecnici dell’Asr abbiamo rivisto alcuni allenamenti, e ci siamo accorti ad esempio che certi avevano difficoltà nel contatto, che toccavano i compagni solo con le punte delle dita. Così abbiamo impostato alcuni esercizi che comprendessero il contatto, come il gioco della bandiera, o semplicemente il toccarsi la testa a vicenda”.

Secondo l’Asr, l’applicazione dei principi della psicomotricità al rugby ha dato risultati “entusiasmanti”. Così dopo i primi mesi di sperimentazione, dal 2008 è partito un progetto triennale in sei scuole elementari milanesi, con il coinvolgimento di 30 classi scolastiche e di circa 600 alunni, seguiti da quattro psicomotricisti e quattro allenatori-formatori. Il club vorrebbe anche portare il soft rugby nelle scuole della città con particolari problemi legati all’integrazione di alunni provenienti da Paesi diversi. “Il lavoro negli istituti non ha alcuna finalità di reclutamento – racconta Enzo Dornetti, dirigente dell’Asr -, ma non si può negare che il soft rugby dia al nostro sport un’immagine più accogliente. In ogni caso, i nostri tesserati sono in aumento perché non ne perdiamo. Fino all’under 14 ci si diverte è basta. Magari al torneo Topolino proviamo a fare una squadra un po’ più forte, ma di regola nei concentramenti non c’è selezione. Spesso i genitori dei ragazzini più bravi contestano, ma in compenso sono contenti quelli dei più scarsi. I più e i meno forti ci sono sempre, ma noi vogliamo che tutti raggiungano un certo livello e se qualcuno ha bisogno di più tempo per arrivarci lo si aspetta. Magari con l’aiuto del compagno più bravo, che può fargli da insegnante e modello. Poi quando si gioca le regole del rugby sono sempre quelle, ma si cerca di dare la palla ai meno bravi, di coinvolgere chi di solito rimane ai margini. In questo senso, il ruolo dell’educatore è fondamentale”.

La linea tecnica del club è unica, e vengono organizzati degli incontri periodici tra gli educatori e gli psicomotricisti per aggiornarla. “Siamo costantemente alla ricerca di gente che vada a lavorare in campo con i ragazzi – sottolinea Dornetti -, e questi incontri sono fondamentali perché molte delle persone che danno la loro disponibilità sono al loro primo contatto con il rugby.
Magari si sono appassionate davanti alla tv, guardando il Sei Nazioni, ma non hanno un passato in campo”. Di certo, le caratteristiche del rugby aiutano a sviluppare l’approccio pedagogico sul quale gli psicomotricisti spingono. “Non conoscevo il rugby, e l’ho trovato uno sport bellissimo – riprende Marina Massenz -. Dal punto di vista motorio è completo, e poi è un vero sport di squadra. Non è facile per i bambini lasciare in secondo piano il loro naturale egocentrismo e mettere al primo posto il bene della squadra. Il contatto, poi, è fortemente educativo. I bambini di oggi fanno fatica a usare il contatto giocoso, la lotta che noi facevamo da piccoli al parco oggi non si vede più, sono pratiche perdute. Se a scuola i nostri figli non si comportano come dei piccoli lord, sembra una tragedia. Ma queste energie non sono negative, anzi aiutano a gestire la propria corporeità. Ecco, nel rugby questo aspetto emerge. Il fatto, poi, che se tiro a terra un avversario debba cadere anch’io è di una correttezza relazionale bellissima. In altri sport ogni tanto si vede lo sgambetto, qui invece si cade in due”.

Resta il nodo dei risultati. Per quanto si insista sul valore esclusivamente educativo del minirugby, la possibilità di vincere un concentramento o un torneo è una tentazione forte per molte società. Magari ai bambini importa poco, e i tecnici hanno capito quali sono le priorità del loro lavoro, ma spesso sono proprio i genitori a insistere perché quel giorno, per quel torneo, dalla squadra vengano esclusi i giocatori meno preparati. “È un atteggiamento pericoloso, e anche controproducente – sottolinea Marina Massenz -. Bisogna far crescere la massa dei praticanti, per ottenere dei buoni risultati. In una squadra di buon livello medio, la qualità viene fuori automaticamente. Sono gli stessi vertici degli sport che devono capirlo: per crescere, una disciplina non deve essere precocemente selettiva, altrimenti si arriva ad avere due o tre campioncini e dietro il nulla, per colpa di questo atteggiamento. Sta già succedendo alla ginnastica ritmica e al pattinaggio, potrebbe succedere anche al rugby”.

L’Asr l’ha capito. Forse perché è un club di vecchio stampo, rigorosamente dilettantistico e perciò inclusivo, fatto sta che oggi non ha più spazio per far allenare i propri tesserati. Mentre l’Amatori presenta al Comune il progetto di un nuovo grande stadio per il rugby, ma poi fatica a tenere in vita la prima squadra in serie A, l’Asr ha recentemente ottenuto la concessione di un campo all’interno del Parco Lambro, utilizzato fino alla stagione scorsa dal calcio. Ossigeno, per un club che l’anno scorso, nell’unico, vecchio campo di Lambrate, dalle 18 alle 23 del mercoledì sera aveva in campo 350 tesserati. Trecentocinquanta persone che dopo essersi cambiate dovevano lasciare la borsa in un magazzino, in modo da lasciare libero lo spogliatoio per quelli del turno successivo. Non tutti diventeranno campioni, anzi gran parte di loro si perderà, ma alcuni andranno a giocare in serie C, altri faranno il corso arbitri, altri scriveranno sul giornale locale, altri ancora faranno i dirigenti, qualcuno in più magari porterà la famiglia a vedere Italia-Australia a Firenze. Quei 350 sono un patrimonio del rugby italiano, non solo dell’Asr.

Eppure dietro a quel numero aggregato, ci sono realtà ben differenti. “I bambini del minirugby sono raddoppiati – riprende Dornetti -, e tra under 14 e under 16 abbiamo registrato un incremento del 10-15 per cento, mentre in under 18 siamo alla pari. L’under 20 è l’unica categoria in perdita”. Non c’è da meravigliarsi: nella scorsa stagione, il girone unico del campionato giovanile di Liguria, Piemonte e Lombardia vedeva iscritti nove club, uno dei quali si sarebbe ritirato dal torneo, e molte partite non si sono giocate perché le squadre non si presentavano. Un campionato del genere avrebbe fatto perdere la voglia anche al ragazzo più appassionato.

Così come oggi è facile attrarre i bambini al minirugby, è quindi altrettanto facile perderli durante strada facendo. L’Asr è tra le rarissime società lombarde in grado di schierare tutte le squadre di categoria semplicemente perché preferisce investire nel settore giovanile. Il progetto “rugby soft” non è a costo zero: senza l’appoggio di due sponsor di peso come Edison e Iveco, la collaborazione con gli psicomotricisti non sarebbe iniziata. È stata una scelta politica, ma nata all’interno del club, dettata dalla coerenza nei confronti della propria identità e permessa dalle circostanze. Molti altri club, probabilmente, vorrebbero seguire la stessa strada, ma non tutti hanno la fortuna di avere alle spalle quegli sponsor.
Servirebbe una guida dall’alto, un piano che permettesse a tutti di far partire un progetto come il “rugby soft” dell’Asr Milano. Potrebbe farlo la Fir. Qualche azienda vuole sponsorizzare la Nazionale? Bene, metà degli introiti devono andare a finanziare un progetto sul rugby giovanile di base, altrimenti non se ne fa niente. O siamo sicuri che valga la pena investire pesantemente solo nelle Accademie?

Simone Battaggia

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