Numero dei praticanti in Italia – Il bluff degli enti scolastici
di Ivan Malfatto
L’allargamento della base, ovvero del numero reale di giocatori praticanti, è lo strumento principale di sviluppo per qualsiasi sport voglia migliorare i suoi risultati agonistici. Anche del rugby. In questo numero di “RugbyClub” il dg della FemiCz Rovigo Delta Alejandro Canale intervistato da Giorgio Sbrocco esprime il concetto nel modo più chiaro possibile, commentando la significativa sconfitta per 27-3 dell’Italia contro l’Argentina alla Coppa del Mondo under 20 giocata in Veneto: “Inutile girarci intorno: se un movimento non dispone di una base sufficientemente allargata per produrre eccellenze, io posso selezionare con tutte le miglior intenzioni. Ma i migliori che selezionerò saranno i primi rispetto a poco più di niente. L’Italia under 20 che perde dall’Argentina è l’immagine più evidente di tale incongruenza. In Argentina ci sono 50mila giocatori in età di under 20 in attività. Fra essi è abbastanza facile selezionarne 22 per battere in Italia”.
E da noi quanti sono i giocatori, al di là dei numeri ufficiali? Forse non sono neanche 50mila in tutto, da Sergio Parisse all’ultimo bambino del minirugby. Il sospetto viene da un semplice calcolo fatto sui numeri degli enti scolastici. Uno dei fenomeni, mai bene indagato dai mezzi di informazione, attraverso il quale la Fir ha fatto lievitare il numero dei praticanti. I giocatori, secondo dati federali ufficiosi, ma attendibili, nei mesi scorsi hanno sfondato il tetto dei 67mila, superando il dato di 66 mila della passata stagione. La soglia dei 70mila è quindi vicina, importante step verso il traguardo dei 100mila. Ma se andiamo a scavare nei numeri quanti sono tra questi tesserati/praticanti i veri giocatori su cui fare selezione? Quanti sono a disputare davvero un certo numero di partite e a seguire un cammino di formazione tecnica? Quanti passano effettivamente dalla scuola (dove a differenza dell’estero non si costruiscono gli atleti) a un club?
Un esempio significavo viene proprio da Rovigo. Secondo dati raccolti da fonti federali ufficiose, ma anche in questo caso attendibili, nei cinque anni di vita dei due enti scolastici riconosciuti e operanti in città sono transitati circa 150 nuovi giocatori di rugby. Ragazzi tesserati per la prima volta dalla Fir attraverso la scuola. Con l’ente scolastico essi hanno svolto un’attività minima, imparando i rudimenti del rugby nelle ore di educazione fisica e giocando 2-3 partite nella manifestazione organizzata a fine anno scolastico. Un po’ poco per considerarli giocatori su cui poter fare selezione. Il vero passaggio da semplici numeri statistici a veri atleti lo fanno transitando stabilmente in un club e disputando un campionato. Quanti hanno fatto questo passaggio con il Rovigo? Una dozzina su 150. Gli altri 138 sono andati perduti come potenziali giocatori, ma dalla Fir sono stati considerati tesserati a tutti gli effetti. Probabilmente resteranno appassionati o tifosi, magari diventeranno dirigenti o arbitri, ma vanno sottratti dalla base su cui contare per fare selezione ottenendo nazionali competitive. Moltiplichiamo i 138 tesserati “fantasma” di Rovigo per le oltre cento province d’Italia e otterremo un’approssimazione di come lo strumento degli enti scolastici gonfi con il tesseramento il dato reale dei praticanti. Svolgendo un’attività altamente meritoria per il rugby, ma che si ferma alla divulgazione e non al reclutamento. La domanda così torna quella scomoda, ma sostanziale, per la crescita della base e della competitività di questo sport: quanti sono i giocatori veri fra i 67mila sbandierati dalla Fir? Fino a quando non troveremo risposte, e soluzioni, il rugby italiano è destinato solo a illudersi di crescere.




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