Perchè l’Italia ha bisogno di un campionato competitivo

Editoriale Rugby Club N.16

Vecchio, povero e malandato. Un anno dopo l’addio di Treviso e Viadana, sbarcati in Celtic League con tutti i migliori giocatori dell’élite, la vita si è fatta più difficile per il campionato.

All’inizio di aprile il consiglio federale gli  ha prescritto una cura: la prossima stagione scatterà a ottobre, apportandogli, si spera, maggior continuità, e terminerà con una finale al meglio di tre match, anziché con la sfida secca. Ma basta leggere l’inchiesta di Simone Battaggia, a cui abbiamo dedicato la copertina, per rendersi conto della sproporzione tra il problema e le misure proposte che assomigliano a un palliativo.

Il livello tecnico è sceso e il pubblico di sicuro non è aumentato. E per favore non ci si appelli al fatto che Petrarca-Rovigo ha gremito una delle due tribune del Plebiscito. Perché il derby è una miscela di umori unica, che farebbe pubblico anche se lo giocassero a tressette. A condizione, benineteso, che Rovigo sia in testa alla classifica e in grado di mobilitare il tifo. Ma quando non sarà più così? domanda Stefano Bettarello nella sua rubrica.

Intanto dopo la spinta di un mese e mezzo di Sei Nazioni, i primi quattro turni di campionato hanno fatto registrare un media partita di 1026 spettatori, stima sicuramente in eccesso che comprende i non paganti. Si è arrivati addirittura a 150 spettatori per  Crociati-Petrarca, valida per la corsa ai play-off! Insomma dagli incassi, dai diritti televisivi e dal merchandising non arriva quasi nulla. Le sponsorizzazioni diminuiscono, vuoi per la crisi economica, vuoi per lo scarso interesse del campionato. E gestire un club, affrontare le spese di trasferta, tenere su il settore giovanile ha comunque dei costi rilevanti non sostenibili col taglio degli ingaggi  se anche le entrate calano.

Dunque si fa fatica come prima. Forse anche di più.

In queste condizioni appare difficile lanciare la sfida non diciamo al calcio, ma al volley e al basket. I club di pallavolo hanno più del doppio di spettatori a partita (2355) e il quadruplo dei tesserati (242mila).  La pallacanestro viaggia su una media di 3744 spettatori a match con 282mila praticanti.

Del resto è impensabile che uno sport si possa radicare in un Paese di 60 milioni di persone potendo contare solo su due squadre d’élite. Anche la Scozia ne ha due, è vero, ma in un bacino di cinque milioni di abitanti. E per restare all’ambito celtico,il rugby irlandese ne conta una ogni milione e mezzo, mentre il Galles una ogni 750mila. Per il resto si va dalla Nuova Zelanda, con un club di vertice per 422 mila persone, alla Francia le cui squadre del Top 14 hanno un bacino teorico di 4milioni 400mila abitanti, che però va diviso con i 16 club professionistici di D2  che godono di diritti tivù e di un pubblico tra i 2mila e i 5mila paganti a partita.

Certo in Italia ci sono i test di novembre e il Sei Nazioni che riempiono gli stadi. Ma sporadicamente: con  cinque o sei partite in tutto. Troppo poco per colmare con coninuità il gap di identità, passione e partecipazione con gli altri sport e gli altri paesi rugbistici.

Un tifoso per affezionarsi deve poter andare allo stadio  a vedere partite di alto livello con regolarità, le classiche due volte al mese, a non più di un’ora di distanza da casa, possibilmente in un orario comodo. E siccome ci vuol portare i figli, e a volte l’intera famiglia, vorrebbe un contesto adeguato: servizi, posti a sedere e coperti, ristorazione. Poi, due-tre volte all’anno, si mette in viaggio per sostenere gli azzurri. Ecco perché è necessaria una competizione nazionale con un forte appeal. Senza dimenticare la necessità di fare da serbatoio alle squadre di Celtic e, di riflesso, alla nazionale. Ma in Italia, purtroppo, sembra non esserci per ora troppa voglia di creare un campionato con simili caratteristiche. Nonostante da 12 anni si disponga di una eccezionale gallina dalla uova d’oro come il Sei Nazioni, in grado di mobilitare risorse, energie e sviluppo.

Possiamo immaginare l’amarezza degli appassionati e forse anche il fastidio nella stanza dei bottoni quando leggeranno queste frasi. Non ci potrebbe essere nulla di più sbagliato. Solo chi non ha a cuore le sorti della propria comunità che, sia chiaro, comprende la Nazionale ma non ne è compresa, potrebbe  risentirsi per una diagnosi franca e realistica. Per uno stimolo forte utile a far reagire un corpo intorpidito. La rassegnazione, così come il non voler vedere, sarebbero del tutto estranei a quella leadership di cui il rugby italiano ha bisogno per cominciare a diventare uno sport nazionale.

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