Personaggi – RAIMONDO TAURO, IL MATTATORE

Funerale del Petrarca Padova in Piazza dei Signori alla fine degli anni '60. Ad aprire il corteo è Raimondo Tauro

Si sente sempre raccontare con nostalgia di quella stagione memorabile  tra la fine degli anni Sessanta fino a tutti i Settanta quando i derby del triangolo veneto Treviso-Rovigo-Padova (Petrarca e Fiamme Oro) erano capaci di movimentare città intere. Secondo alcuni “oltranzisti” non ci sarebbe paragone neppure sul piano tecnico con l’attualità del rugby d’eccellenza.  Allora, si sente dire come in un refrain, il gioco era meno fisico, ma, alla faccia del professionismo, c’erano dei signori giocatori, che rispetto ai Rambo di oggi sembravano dei giocolieri, pochi stranieri ma di qualità, e un rugby dieci volte più divertente. Quello che è sicuro è che quegli anni ruggenti sono rimasti nella storia per la passione e la partecipazione della gente, per il calore del tifo, per il clima da sagra paesana che avevano quelle domeniche allo stadio, su caserecce tribunette di tubi innocenti stracolme di gente e di entusiasmo, tra libagioni di brulè, cori, sfottò e goliardate estemporanee.  L’animazione era affidata a personaggi impareggiabili, come Raimondo Tauro, istrionico masaniello della tifoseria trevisana, trascinatore,  mattatore, ideatore ed interprete di colpi di teatro e zingarate a raffica. Anche oggi che è uno splendido sessantenne, titolare della Meeting (insieme a Renato Vendramel, ex tallonatore), azienda che produce abbigliamento sportivo ed esporta in tutto il mondo, questo ex atleta di livello internazionale (è stato tra i primi italiani a superare i due metri nel salto in alto) sembra un personaggio uscito da “Amici Miei” di Mario Monicelli. Alto e dinoccolato, spirito ed energia straripanti, sense of humour e disincanto. “Il rugby di oggi è niente rispetto a certi campionati degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta – attacca – all’epoca cinquemila persone per un Padova – Treviso erano la norma. In una piazza come quella trevisana si respirava rugby tutta la settimana. La Metalcrom esprimeva un gioco che era gioia per gli occhi e la gente la seguiva. Oggi è tutto più insipido”. In questa città “che respirava rugby” l’avvicinamento alla partita era una liturgia. Al sabato c’era  il tradizionale preludio, con Tauro e gli altri che trasformavano piazza dei Signori in un tempio del cabaret. Memorabili i funerali al Petrarca con tanto di bara e corteo, e lo stesso Tauro che con il megafono invitava la gente al derby del giorno dopo. “Oppure – racconta – ci presentavamo in smoking con papillon e fiore all’occhiello. E alla gente che ci domandava perché eravamo vestiti come dei lord rispondevamo: perché domani con il Rovigo andiamo a nozze”. Una volta alla vigilia di una partita con l’Aquila si è presentato in piazza con un gregge di pecore, vestito con pantaloni di fustagno, berretto e pelliccia come un pastore del Gran Sasso. In un’altra occasione allo stadio nell’intervallo di un match ha organizzato una premiazione. Con una bella signorina che faceva da valletta ed un tavolino pieno di coppe dei suoi trascorsi nell’atletica leggera ha cominciato a premiare tutti i giocatori del Treviso: il più alto, il più grasso, il più mingherlino, il più chiacchierone, il più donnaiolo, il più simpatico, il più rompic… Durante la partita la sua figura segaligna spiccava in mezzo alle tribune. Aria da dandy, con basco  e foulard, da vero capo clack dava il là ai cori con il megafono. Indimenticabili certi sfottò agli avversari storici, come il famoso “Munari, mediano da circo Medrano…”, rivolto naturalmente a Vittorio Munari, oggi general manager del Benetton Treviso, all’epoca  numero 9 formato tascabile del Petrarca Padova e poi del Casale. Anche l’attuale logo del Treviso, il leone, è nato da una sua idea, poi perfezionata da Giorgio Fantin. “Lo abbiamo preso da uno stemma patrizio belga – ricorda – che in verità assomigliava molto a quello della Peugeot.” Ma cosa pensa un protagonista del tifo di allora della disaffezione del pubblico di oggi? “Il problema è articolato e complesso – commenta –  e non basterebbe una giornata per analizzarlo e spiegarlo in toto. In estrema sintesi posso dire che oggi il nostro rugby per superare la crisi di pubblico deve misurasi a livello europeo. E’ questa la prima dimensione interessante dal punto di vista dello spettacolo. Bisognerebbe approfittare di questo momento magico e della crisi di calcio e ciclismo, i due sport storicamente più popolari, devastati da violenza, scandali e doping. E’ il momento buono per avvicinare e coinvolgere dei grossi imprenditori, gente pragmatica e credibile che possa aiutare il nostro sport a compiere il definitivo salto di qualità”.

da Rugby Club n° 3 – dicembre 2007

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