| Al boom di tesserati degli ultimi anni spesso non corrisponde un salto di qualità nella proposta didattica. Basta un giorno di corso per diventare allenatori ma poi c’è chi ha la smania di vincere ed è selettivo già con gli under 8. Così molti si perdono per strada.
Diomedi (Asr): “Sbagliata la selettività, vanno aspettati i bambini meno bravi”.
Nei club più avveduti formatori stranieri
Lorello (Petrarca): “Solo con un elevato standard nell’offerta educativa si può far crescere l’ambiente”
Visentin (Monti): “Cambiare approccio”
Marchiori (Valsugana): “Per i tecnici il minirugby è solo una tappa. È necessario specializzarli e fare in modo che non se ne vadano”
Un’orda vociante di bambini ha invaso campi e club-house di tutta la penisola da un paio d’anni a questa parte. Pazzi per il rugby: la visibilità degli azzurri con l’ingresso nel Sei Nazioni, il loro approdo stabile in tivù e nei media, una certa moda per gli sport “altri” dettata dai guasti del calcio, tutto questo ha reso oggi la palla ovale una delle discipline più appetibili fra i giovanissimi e fra genitori che non sono solo più ex giocatori o gente dell’ambiente. Il minirugby è in pieno boom. Numeri da capogiro, se rapportati a quelli di una decina di anni fa, frutto sì dell’obbligatorietà introdotta dalla Fir, ma soprattutto dell’adesione spontanea di bambini ammaliati dalle gesta di Parisse e compagni, dalle suggestioni della haka e dalla possibilità di sfogare all’aria aperta i naturali istinti dell’età. Esplosione di interesse che ha rimosso quello che da sempre era l’impegno principale di ogni società, cioè il reclutamento, per imporre tuttavia nuovi problemi, su tutti l’insufficienza degli impianti e del numero di allenatori-educatori. Fra una decina di anni i bambini di oggi costituiranno la linfa del rugby degli adulti. Ma quanti di loro approderanno all’alto livello? Quanti al contrario se ne perderanno definitivamente per strada? Sono all’altezza del compito coloro che dovrebbero insegnare i principi del gioco e ....
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